La Corte EDU condanna l’Italia per mancata tutela effettiva contro la violenza domestica

La Redazione
29 Settembre 2025

La Corte europea dei diritti dell'uomo, con la sentenza del 23 settembre 2025, ha accertato la violazione da parte dello Stato italiano degli obblighi positivi di protezione sanciti dagli artt. 3 e 8 CEDU nei confronti di una donna vittima di violenza domestica da parte dell'ex compagno, a causa del permanere di pregiudizi e stereotipi sessisti.

La ricorrente, avvocato, aveva denunciato alle autorità italiane episodi ripetuti di violenza fisica e psicologica, tra cui aggressioni, minacce, controllo e coercizione, anche in presenza del figlio minore. Nonostante referti medici, testimonianze e denunce, i tribunali nazionali avevano qualificato i fatti come semplici conflitti familiari, negandone l'ascrivibilità ai reati di maltrattamenti o atti persecutori (stalking) ai sensi degli artt. 572 e 612-bis del codice penale italiano.

La ricorrente denunciava di aver subito, a seguito della separazione, minacce e insulti da parte dell'ex compagno, che l'avrebbe ripetutamente denigrata come madre e come donna, oltre a impedirle di accedere ad alcune parti della casa e aver minacciato di gettare i suoi vestiti in strada. Inoltre, l'avrebbe tempestata di messaggi e accusata di comportamenti inventati, ingenerandole un grave strato di ansia e prostrazione psicologica.

Malgrado la presenza di certificati medici e perizie che provavano gli episodi di violenza, la permanenza in una casa famiglia e il rischio cui la ricorrente era esposta, i giudici italiano avevano archiviato tali comportamenti come mera espressione di una situazione di grave conflittualità nell'ex coppia, riprovevoli, in quanto dovuti a pregiudizi e desiderio di vendetta sull'ex coniuge, ma non passibili di sanzione penale.  

L'interpellata Corte EDU, invece, ha, ritenuto che le autorità nazionali italiane non avessero correttamente valutato il rischio reale e immediato di violenza cui la vittima era sottoposta, sottovalutandone i rischi.

La Corte ha sottolineato la persistenza, in Italia, di prassi giudiziarie che tendono a ridurre la violenza domestica a semplici conflitti, ignorando la particolare vulnerabilità della vittima e la dimensione di genere della violenza. Inoltre, nel caso di specie, le indagini sono state lente e poco approfondite, facendo sì che la risposta delle istituzioni fosse inadeguata e non proporzionata alla gravità di quanto denunciato.

Ciò è espressione di un pericoloso e tenace stereotipo sessista che impedisce anche ai giudici di dare il dovuto rilievo alla violenza di genere e ai rischi cui sono sottoposte le vittime.

Ha evidenziato anche la necessità di un rafforzamento della formazione di tutti gli operatori della giustizia e dell'adozione di misure maggiormente efficaci e tempestive, anche in fase cautelare, a tutela delle vittime.

La Corte ha, pertanto, condannato lo Stato italiano a risarcire la ricorrente per il danno morale subito, nonché al pagamento delle spese processuali.