Regolamento sull’intelligenza artificiale. Dall’obiettivo antropocentrico a quello biocentrico
13 Novembre 2025
Premessa Il testo del regolamento sull'intelligenza artificiale è molto complesso. Ma in questa riflessione si intende approfondire solo una questione di fondo. Qual è l'obiettivo del Regolamento? Si tratta di un obiettivo antropocentrico o di un obiettivo biocentrico? La risposta a questa domanda richiede due tipi di approfondimento. Uno di carattere filosofico, il secondo di carattere giuridico. Aderendo alla tesi che ritiene che l'obiettivo del Regolamento sia biocentrico si pone una seconda questione che attiene al ruolo (e alla funzione) dell'uomo nell'ambito di questo principio. Ma occorre procedere per gradi affrontando, in primo luogo la prima questione. L'approccio antropocentrico e i suoi limiti L'idea di fondo del Regolamento si basa su un approccio antropocentrico. Come si legge nell'art. 1, capo I (disposizioni generali) del Regolamento, lo scopo del provvedimento “è migliorare il funzionamento del mercato interno e promuovere la diffusione di una intelligenza artificiale antropocentrica e affidabile, garantendo nel contempo un livello elevato di protezione della salute, della sicurezza, dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali, compresi la democrazia, lo Stato di diritto, e la protezione dell'ambiente, contro gli effetti nocivi dei sistemi di intelligenza artificiale nell'Unione, e promuovendo l'innovazione”. In estrema sintesi, l'obiettivo del Regolamento è bilanciare l'innovazione tecnologica con il rispetto dei diritti fondamentali. Una “riserva di umanità” dove deve essere chiara la contrapposizione tra intelligenza artificiale e coscienza: “La coscienza, intesa come consapevolezza della propria e altrui esistenza e delle conseguenze del proprio operato, resta così l'ultimo tratto davvero caratterizzante l'io e l'umano, che lo rende irriducibile ad una macchina. E la coscienza è il presupposto ineliminabile per il rapportarsi secondo morale ed etica in qualsiasi decisione [...] Ne discende che non è ammissibile che un'entità morale sia sottoposta al giudizio ed alla decisione di un'entità non morale o, comunque, incapace, come la macchina dotata di forme di intelligenza artificiale, di formulare giudizi morali”. Il problema che si pone, in questo contesto, è se l'obiettivo antropocentrico debba essere integrato con un approccio biocentrico. Analisi che richiede due tipi di approfondimenti: uno di carattere filosofico, l'altro di carattere strettamente giuridico. (Segue) Verso un approccio biocentrico L'età moderna (che precede l'età della tecnica) ha come finalità il dominio e il possesso della natura da parte dell'uomo, descritto, usando le parole di Cartesio, come “Signore e possessore della natura”. La posizione più radicale, in questo contesto, è quella di Hegel secondo il quale: “La potenza dell'uomo è una potenza diretta sulla natura in generale (…) poiché egli conosce la qualità delle cose, cioè come le cose sono in relazione reciproca”. Ne consegue che: nella natura non c'è oggettività in sé e per sé, non c'è alcun contenuto che noi possiamo conoscere come vero, vi è solo la potenza dell'uomo sulla natura”. L'impostazione antropocentrica che sta alla base di questa impostazione “prevede l'uomo come soggetto e la tecnica come strumento a sua disposizione, che può essere impiegato nel bene o nel male a seconda delle decisioni umane”. Oggi non è più così. Il rapporto uomo-macchina, nell'età della tecnica, si rovescia. L'aumento quantitativo della tecnica si trasforma in una modifica qualitativa dello scenario in cui viviamo. “La tecnica da mezzo diventa fine (perché tutti gli scopi e i fini che gli uomini si prefiggono non si lasciano raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica. (…) Per effetto di questa eterogenesi dei fini, la tecnica si sostituisce all'uomo che, in una simile situazione, può scegliere solo all'interno delle possibilità che la tecnica rende disponibili”. La tecnica non tende a uno scopo, la tecnica funziona. Lo dice, in modo quasi profetico, Heidegger: “Tutto funziona. Questo è appunto l'inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare, e che la tecnica strappa e sradica l'uomo sempre più dalla terra. Non so se Lei è spaventato, io in ogni caso lo sono appena ho visto le fotografie della Terra scattate dalla Luna. Non c'è bisogno della bomba atomica: lo sradicamento dell'uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la terra quella su cui l'uomo oggi vive”. In questo contesto si produce uno spaesamento che Michel Foucault definisce come una sostituzione al “regno dell'uomo” di un “regno degli strumenti”, dove perdono significato le finalità che la modernità si era proposta, sostituite dalla funzionalità in cui la civiltà delle macchine si esprime. Irti, richiamando le pagine di Fedor Dostoevskij (Ricordi dal sottosuolo) vede dividersi il mondo in due strati “nell'uno si svolge la tecno-economia, l'immane alleanza tra volontà di dominio sulle cose e volontà di profitto, nell'altro, quasi oscuro sottosuolo, si agitano, inquieti e torbidi, istinti desideri, passioni dei singoli individui”. “Nel soprassuolo l'individuo tace il proprio “io”: ridotto a funzione dell'apparato, l'io fragile particella dell'umanità, è inserito nella funzionalità di un sistema, che lo impiega e lo dirige (…) Soltanto nei bui meandri del sottosuolo l'io ritrova l'energia del prenome. E la esprime nell'affanno di una ricerca, nel tentare di percorrere strade ignote, ed anche nel disperato accertamento della nullità esistenziale”. In uno scenario del genere “ciò che occorre è un mutamento radicale del paradigma che ha regolato finora il rapporto dell'uomo con la natura e passare dall'antropocentrismo, che pensa l'uomo come vertice del creato e per ciò stesso arbitro della natura, al biocentrismo (da bìos, termine greco che vuol dire “vita”) che il viandante, che percorre la terra senza possederla, conosce, perché sa che la vita appartiene alla natura che preesisteva alla comparsa dell'uomo e potrebbe continuare a esistere dopo la sua scomparsa”. Per questo il viandante, nel suo vagabondare a stretto contatto con la natura, “si congeda dall'etica antropocentrica che finora ha regolato il rapporto dell'uomo con la Terra […] e perciò invita a volgere lo sguardo a quell'etica capace di rendere consapevole, e quindi responsabile, degli effetti delle sue azioni sulla Terra. Chiama questa nuova etica planetaria, dove non l'uomo, ma la vita sulla Terra diventa la misura ultima di tutte le cose”. Un umanesimo rigenerato che attinge consapevolmente alle sorgenti antropologiche dell'etica. “Queste sorgenti, presenti in ogni società umana, “sono la solidarietà e la responsabilità”, riproponendo, secondo alcuni, “il concetto di fraternità, versione laica dell'amore per il prossimo annunciato dal cristianesimo”. Per raggiungere questa “visione” è “necessario un potere planetario” e un “costituzionalismo globale”. Sotto il primo profilo scrive Irti: “subito si delinea la necessità di un potere planetario, l'unico capace di accertare il grado di sostenibilità e di imporlo alle attività economiche, svolte in ogni angolo del globo. Perché l'ambiente non è l'angusto paesaggio di montagne e pianure che si scorge dalla finestra d'un casale abbruzzese, ma appunto l'ecosistema globale, che tutti ci circonda e abbraccia. Soltanto un potere planetario (ancorché costituito per accordo fra gli Stati), correlativo alla dimensione dell'ecosistema, ha la forza di definire e attuare la sostenibilità”. Sotto il secondo profilo, scrive Ferrajoli, nel preambolo del suo progetto per un costituzionalismo globale: “Noi popoli della terra […] consapevoli della catastrofe ecologica che incombe sulla Terra […]” siamo “decisi a salvare la Terra e le generazioni future dai flagelli dello sviluppo insostenibile”. Progetto che sancisce, tra i principi supremi (art. 1) che “l'umanità fa parte della natura” e annovera tra i diritti fondamentali (art. 48) “beni comuni sottratti al mercato” quali “l'aria, l'acqua potabile e le sue fonti, i fiumi, i laghi i mari, le grandi foreste, i grandi ghiacciai, la biodiversità, i fondi marini l'Antartide, gli spazi aerei, le onde elettromagnetiche, gli spazi extra-atmosferici, la luna e gli altri corpi celesti”. Il riferimento al progetto costituente costituisce la premessa per passare alla seconda fase dell'analisi. Quella del dato normativo. La tutela dell'ambiente quale nuovo paradigma giudico L'approccio biocentrico, quale precondizione per assicurare all'uomo una sua dignità (se non sopravvivenza), trova sostegno normativo nel testo del Regolamento. La “protezione dell'ambiente” non si trova scolpita solo nel 27 Considerando. Si tratta di una affermazione costante, più volte ribadita in altri Considerando e nello stesso testo del Regolamento. Basti leggere il Considerando n. 48 dove si ricorda che “nel valutare la gravità del danno che un sistema di IA può provocare, anche in relazione alla salute e alla sicurezza delle persone, il diritto fondamentale a un livello elevato di protezione dell'ambiente sancito dalla Carta e attuato nelle politiche dell'Unione”. Nel Considerando n. 130 si precisa che “la disponibilità in tempi rapidi di tecnologie innovative può, a determinate condizioni, essere fondamentale […] per la tutela dell'ambiente e la protezione dai cambiamenti climatici”. Affermazioni ribadite nel Considerando n. 142. Ma la disposizione più importante, in questo contesto, è contenuta nell'art. 1 del Regolamento laddove si legge che “lo scopo del presente regolamento è migliorare il funzionamento del mercato interno e promuovere la diffusione di un'intelligenza artificiale (IA) antropocentrica e affidabile, garantendo nel contempo un livello elevato di protezione della salute, della sicurezza e dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali, compresi […] la protezione dell'ambiente”. La protezione dell'ambiente è, quindi, uno dei principali scopi del Regolamento che si pone quale precondizione per assicurare l'approccio antropocentrico che ispira il Regolamento. Il “benessere sociale e ambientale”, nell'art. 4-bis del Regolamento sulla IA, approvato il 14 giugno 2023, era enunciato come principio generale espresso. Nel testo definitivo del Regolamento, però, l'art. 4-bis è scomparso. I principi “espressi” individuati nell'art. 4-bis, nel testo definitivo del Regolamento, sono stati collocati nel Considerando 27 del Regolamento e si trovano ribaditi in varie parti del Regolamento stesso. Questo non significa, però, che i “principi etici” enunciati nel considerando possano assurgere, tramite l'opera della Corte di giustizia, a veri e propri principi generali “inespressi”. In sostanza, attraverso l'intervento della Corte di giustizia è facile prevedere un processo di astrazione e generalizzazione che porterà alla creazione di principi generali “inespressi”. Norme su norma dalle quali potrebbero derivare ulteriori norme particolari per regolare fattispecie non espressamente contemplate nelle “regole” predisposte nel Regolamento. Operazione induttiva, o quasi induttiva, che spetta, esclusivamente, all'elaborazione della Corte di giustizia, la quale, in questa operazione, potrà attingere alle sentenze della Corte EDU e alle tradizioni costituzionali degli Stati membri. Dal primo punto di vista (sentenze EDU) occorre rilevare che il 30 gennaio scorso la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia nel caso Cannavacciuolo and others v. Italia ritenendo lesiva del diritto alla vita, ai sensi dell'art. 2 della CEDU, l'inadeguata gestione da parte delle autorità statali dell'inquinamento sistematico, decennale, diffuso e su larga scala derivante dal versamento, interramento e incenerimento illegale i rifiuti nella c.d. terra dei fuochi. Si tratta di una sentenza monumentale (di quasi 200 pagine e più di 500 paragrafi) dalla quale emergono innumerevoli spunti di riflessione anche per la materia in esame. Dal secondo punto di vista (le tradizioni costituzionali) è facile prevedere che la nostra Costituzione avrà un ruolo di primo piano. Si pensi all'art. 9, comma 3 Cost. che può essere utilizzato come fondamento della lotta al cambiamento climatico o alla revisione dell'art. 41 commi 2 e 3 Cost. che può imprimere un “preciso indirizzo a tutte le politiche pubbliche”. Disposizione, quest'ultima, che è destinata ad avere un'importanza fondamentale nella materia in esame. La revisione dell'art. 41, commi 2 e 3 Cost. ha un'origine travagliata, ma comporta una “nuova assiologia compositiva” del conflitto tra ambiente e iniziativa economica, pur nel rispetto della libertà di iniziativa economica sancita nel comma 1 dell'art. 41 Cost. (che è rimasto inalterato). Il comma 2 dell'art. 41 Cost. integra i limiti all'attività economica con i riferimenti alla “salute e all'ambiente”. La disposizione “è ricca di potenzialità interpretative: da una parte pone l'ambiente come limite negativo, dall'altra, affiancandolo alla salute, lo caratterizza nella sua dimensione valoriale e antropocentrica. Sotto il primo profilo, l'ambiente qual limite negativo all'iniziativa economica evoca principalmente il principio di sostenibilità e quello di non arrecare danno significativo all'ambiente”. Sul piano sistematico, l'endiadi salute – ambiente reca una serie di potenzialità interpretative ancora non sufficientemente esplorate. Il punto di partenza, difficilmente contestabile, è che la novella costituzionale evidenzia che tra l'uomo e la natura esiste una interazione continua, dalla quale la stessa vita umana non può prescindere. L'ambiente è un “valore in sé”, ci ricorda la Corte costituzionale, ma dal punto di vista sistematico considera l'uomo come facente parte dell'ambiente da cui dipende la stessa esistenza umana. Trova conferma, quindi, che l'approccio antropocentrico “non può essere inteso come superiorità o dominio dell'uomo sulla natura ma, al contrario, va inteso come responsabilità nei confronti dell'ambiente e capacità tutta umana di salvaguardare l'ambiente in una dimensione inter-ed intragenerazionale”. Il Consiglio di Stato, in una fondamentale sentenza del 2022, coglie perfettamente questa evoluzione laddove afferma che “accostare ambiente e iniziativa economica segna il superamento del bilanciamento dei valori contrapposti all'insegna di una nuova assiologia compositiva” per cui la tutela degli altri interessi di rilievo costituzionale (nella specie, la tutela dei beni culturali) deve “integrarsi” con l'esigenza di “preservare l'ambiente”. Il messaggio che emerge dalla sentenza del giudice amministrativo sembra quello dell'emersione di un nuovo sistema valoriale di composizione dei conflitti nel quale interessi di rilevo costituzionale devono “integrarsi” (adattare) all'esigenza prioritaria ed ineludibile di preservare salute e ambiente. Una “nuova assiologia compositiva” “che costringe l'interprete a un bilanciamento fondato sulla consapevolezza della priorità dell'ambiente come precondizione per l'esercizio dei diritti e come condizione per lo sviluppo degli individui e delle collettività”. Un messaggio che, se fatto proprio dalla Corte di giustizia, costituirà un faro per la futura elaborazione giuridica. Conclusioni. Il ruolo dell'uomo nell'approccio biocentrico In questo contesto (approccio biocentrico) si pone la questione (fondamentale) del ruolo dell'uomo ed il senso del suo agire. La questione del senso è ormai presente ovunque. Scrive P. Chabot ”dopo essere rimasta sottotraccia nel corso degli ultimi cent'anni, sta tornando alla ribalta”. E la ragione è ovvia. I cambiamenti degli ultimi anni (sconvolgimenti climatici, pandemie, nuove guerre) hanno messo in discussione il nostro modo di vivere. In realtà, la crisi del “senso della vita” ha origini lontane. “Gli umani sono reduci dalla loro quarta ferita narcisistica. Dopo Copernico, che ci ha insegnato che la Terra non è il centro del mondo, dopo Darwin che ci ha spiegato che discendiamo dalle scimmie e dopo Freud, che ci ha mostrato che non abbiamo il controllo completo della nostra mente, oggi sono gli algoritmi a infliggerci un ulteriore colpo: l'uomo non ha il monopolio dell'intelligenza”. Silenziosamente, ma inesorabilmente, siamo entrati in un altro tempo. Viviamo in un mondo di monadi che si scambiano “informazioni” con soggetti, spesso, virtuali. Il tempo della “riflessione” si allontana. La tecnica funziona, non richiede riflessione. L'uomo si specchia in sé stesso, in una sorta di narcisismo perenne. Pensa di essere al centro del mondo, mentre, progressivamente, perde il contatto con gli altri. Nasconde la sua mancanza di senso attraverso un incessante postare, mettere link, condividere. È il senso ad imporre la riflessione, mentre la mancanza di senso contribuisce all'odierna comunicazione che non ha, sempre più spesso, una direzione precisa. “Oggi tutto si fa smart. Ben presto vivremo in una smart city in cui tutto, davvero tutto, sarà in rete – le persone e le cose. Riceveremo e-mail non solo dagli amici, ma anche dagli elettrodomestici, dagli animali da compagnia e dalle vivande in frigo. Sarà l'internet delle cose a renderlo possibile. Nella smart city gireremo tutti con i Google Glass. Ovunque e in qualsiasi momento riceveremo informazioni utili senza averle neppure richieste. Verremo guidati fin dentro i ristoranti, nei locali e nei concerti. Gli occhiali smart prenderanno anche decisioni per conto nostro, e usando una app per incontri ci daranno una mano ad avere maggiore successo e a essere più efficienti, anche nell'ambito dell'amore e del sesso”. In un recente romanzo (l'isola dei senza memoria di Yoko Ogawa) si racconta di un'isola senza nome dove le cose spariscono inspiegabilmente ma irrimediabilmente. Le persone non sanno più a cosa servono i nastrini per capelli i francobolli e persino le rose o gli uccelli. Insieme alle cose spariscono i ricordi. Byung-Chul Han, che insegna Filosofia e studi Culturali alla Unversitat der Kunste di Berlino, trova un'analogia con il nostro presente. Anche oggi le cose scompaiono costantemente senza che noi ce ne accorgiamo. Il flusso ininterrotto delle informazioni, le non-cose come le chiama lui, si piazzano davanti alle cose facendole sbiadire. La digitalizzazione derealizza, disincarna il mondo e bandisce i ricordi. Si ammassano informazioni e dati senza mai giungere a un sapere. Si accumulano amici e follower senza mai incontrare nessuno. “Il tempo in cui c'era l'Altro è passato (..) l'omnipervasiva rete digitale e la totale comunicazione digitale non facilitano l'incontro con gli altri, servono piuttosto a trovare l'Uguale e chi ha la nostra stessa opinione, lasciando da parte i diversi e gli altri” ”. L'intelligenza artificiale, in questo contesto, può essere fatale fornendo sostegno al soggetto narcisistico che popola il mondo. “Oggi perdiamo sempre più la capacità di ascoltare l'Altro. La crescente focalizzazione sull'ego e la narcisizzazione della società rendono più difficile l'esercizio dell'ascolto”. Le persone tendono, sempre di più, a procurarsi informazione dalla rete, evitando l'interlocuzione personale. Parlare con una “macchina” ha una valenza rassicurante. Non si stabiliscono relazioni, ma solo connessioni. Senza la presenza dell'Altro la comunicazione si trasforma in uno scambio di informazioni. “L'informazione è semplicemente lì presente. Il sapere in senso enfatico è invece un lungo processo. La sua temporalità ha una natura del tutto diversa. Il sapere matura. Il maturare è una temporalità che oggi va sempre più scomparendo”. La storia e la memoria sono caratterizzate da una continuità narrativa che si estende su ampi lassi di tempo. L'ordine digitale è privo di storia e memoria. Senza memoria l'uomo è nulla. Ma per recuperare il senso del tempo e la continuità narrativa occorre riflessione o, meglio meditazione. Alcuni anni prima dell'uscita di Vita activa, Heidegger tenne una lezione dal titolo “Scienza e meditazione” affermando che “nella meditazione noi andiamo verso un luogo a partire dal quale soltanto si apre originariamente lo spazio entro cui ogni nostro fare e non fare di volta in volta si muove”. La meditazione si nutre di silenzi, dubbi e attese. Il silenzio approfondisce la parola. Senza silenzio c'è solo rumore e baccano. Il dubbio fornisce alimento al pensiero ed è indispensabile per il progresso della conoscenza in tutti i settori. Senza di esso finiamo per somigliare alle macchine che devono solo funzionare. Le attese consentono alle idee di maturare. Ma senza l'Altro, tutto ciò è impossibile. La capacità di ascoltare e rispondere si è persa. Dobbiamo recuperare una dimensione umana dialogando con gli Altri (e non con le macchine). È solo il dialogo con l'Altro che fa nascere un nuovo rapporto con la realtà, un nuovo mondo, una nuova comprensione di ciò che siamo. Il diritto all'interazione umana è un diritto di ciascun individuo di essere “riconosciuto” e “ascoltato” da un altro essere umano (e non da una macchina). Questo diritto deve essere garantito in tutti quei contesti in cui l'automazione e l'intelligenza artificiale utilizzate da un essere umano rischieranno di sostituire o ridurre drasticamente il bisogno di interazione dell'altro, compromettendo così la qualità “umana” delle decisioni e degli accordi. La sfida giuridica consisterà, quindi, nel bilanciare l'adozione delle tecnologie di IA con la necessità di preservare l'elemento umano, delineando un quadro normativo che riconosca e protegga il diritto all'interazione umana in modo efficace. Basti pensare all'importanza che l'intelligenza artificiale sta acquisendo nei processi decisionali in sede amministrativa dove l'art. 22 del Regolamento UE 2016/279 potrebbe essere un argine non sufficiente per contrastare i poteri dell'intelligenza artificiale. Altro settore sensibile è quello dei processi negoziali dove l'intelligenza artificiale sta occupando spazi sempre più rilevanti. Ma è la materia costituzionale che richiede la maggiore attenzione. L'assenza di una specifica previsione costituzionale a un diritto all'interazione umana non appare un ostacolo insormontabile per configurarlo come un diritto inespresso. L'art. 2 Cost., per il suo carattere aperto, sembra sufficiente a garantire tale diritto perché nel riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell'uomo “sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” presuppone che la persona si realizzi attraverso relazioni intersoggettive. Ma vorrei concludere questa breve riflessione richiamando le parole di un grande scrittore americano che ci ha lasciato di recente. C. McCarthy nel suo ultimo libro uscito postumo (una sorta di testamento spirituale) racconta la storia di Ben Telfair, uno scalpellino nero poco più che trentenne che ha abbandonato gli studi di psicologia per dedicarsi alla lavorazione della pietra come suo nonno, l'ultracentenario Papaw. Ben, nel suo monologo, racconta le sue ansie (“Credevo che le mie fatiche mi avrebbero tenuto al riparo da quella vera e propria curvatura gravitazionale che è il dolore del mondo”, p. 114) ed i suoi sogni (“Nel sogno ero morto o il mondo era finito e io me stavo sulla soglia in attesa di qualche giustizia suprema che sapevo si sarebbe aperta per me”, p. 114). Ma è nella parte finale del sogno che il grande scrittore svela il suo messaggio finale. “Lui” (la giustizia suprema) scrutando la tua anima (…) formulerà un'unica domanda: “dove sono gli altri? Dove sono gli altri. Ho avuto tempo in abbondanza per riflettere su questa terribile domanda. Perché non possiamo salvarci a meno di salvarci tutti. Ho fatto questo sogno, ma non l'ho ascoltato. E così ho smarrito la strada”, p. 115. Riferimenti R. Cosio, L'intelligenza artificiale nel labirinto normativo, Lefebre Giuffrè, 2025; G. Gallone, Riserva di umanità e funzioni amministrative, Padova, 2023; G. 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