Hormuz, petrolio e insolvenze: il rischio di una nuova emergenza sistemica

Filippo Lamanna
17 Aprile 2026

L’eventuale protrarsi della crisi iraniana e della grave compromissione dei traffici energetici attraverso lo Stretto di Hormuz rischia di produrre effetti assai più ampi del mero rincaro del petrolio.

Il problema non riguarda soltanto il prezzo dell’energia. Un blocco o una forte limitazione dei flussi attraverso Hormuz comportano inevitabilmente aumento dei costi logistici, assicurativi e produttivi, tensioni sulle forniture, rialzo dei tassi di rischio e peggioramento delle condizioni di accesso al credito.

Per molte imprese, soprattutto nei settori energivori, della logistica, della manifattura a basso margine e delle PMI esportatrici, ciò può tradursi rapidamente in una crisi di liquidità.

Il punto centrale è che la crisi non si manifesta più soltanto sul piano patrimoniale, ma soprattutto sul terreno dei flussi di cassa prospettici. È qui che l’attuale shock geopolitico incontra il Codice della crisi.

Il d.lgs. n. 14/2019 definisce infatti la crisi come inadeguatezza dei flussi di cassa futuri rispetto alle obbligazioni dei successivi dodici mesi. Ed è proprio questo il rischio che molte imprese oggi corrono: non tanto quello di diventare immediatamente incapaci di produrre reddito, quanto quello di non riuscire più a sostenere, nel breve periodo, il peso congiunto di energia, trasporti, personale, debito e capitale circolante.

Esistono certamente strumenti pubblici di contenimento – scorte energetiche, interventi europei, flessibilità sugli stoccaggi, eventuali aiuti ai settori più esposti – ma nessuno di essi appare sufficiente, da solo, a neutralizzare il rischio.

In questo contesto il Codice della crisi può svolgere una funzione importante, purché venga utilizzato tempestivamente. Gli assetti adeguati, la rilevazione precoce della crisi e soprattutto la composizione negoziata possono consentire alle imprese di affrontare uno shock esterno prima che esso degeneri in insolvenza irreversibile.

Il vero pericolo, dunque, non è soltanto l’aumento del prezzo del petrolio, ma la lentezza con cui molte imprese continuano ancora oggi a reagire agli shock esterni.

Se Hormuz resterà a lungo compromesso, non saranno colpite soltanto le imprese più fragili. Saranno colpite soprattutto quelle che, pur avendo ancora margini di risanamento, sottovaluteranno la natura prospettica della crisi e ritarderanno il ricorso agli strumenti offerti dal Codice della crisi.

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